Nino Oxilia



Nino Oxilia (Torino, 1889 – Monte Tomba, 1917) fu poeta, drammaturgo, sceneggiatore e regista, figura brillante e irrequieta della cultura italiana d’inizio Novecento. Formatasi nell’ambiente torinese tra letteratura, teatro e giornalismo, la sua sensibilità si collocò in prossimità del crepuscolarismo, pur senza mai esaurirsi in esso. Spirito vivacissimo e aperto alle forme nuove dell’arte e dello spettacolo, fu anche tra i pionieri del cinema italiano muto, legando il proprio nome, tra l’altro, al celebre “Rapsodia satanica”. La sua scrittura poetica unisce leggerezza lirica, sensualità, inquietudine esistenziale e un’insolita attenzione per i simboli della modernità tecnica, dal telefono all’automobile, dal telegrafo al cinematografo. Arruolatosi volontario durante la Prima guerra mondiale, morì a soli ventotto anni sul fronte del Monte Tomba. La brevità della sua vita contribuì a farne una figura quasi leggendaria; ma oltre il mito resta l’opera di un autore autentico, capace di intercettare con precoce intensità il passaggio tra due epoche.

HoleniaPoesia

“Sono le vene dell’abisso umano / questi fili; imprecisi / nervi del sogno, recano lontano / i pensieri degli uomini divisi.”

Gli orti

Pubblicati postumi nel 1918, “Gli orti” rappresentano il testamento lirico di Nino Oxilia, una delle figure più singolari e precocemente interrotte della letteratura italiana del primo Novecento. In questa silloge, rimasta incompiuta, convivono registri apparentemente lontani ma profondamente coerenti: la malinconia crepuscolare e l’ebbrezza della modernità, la tenerezza sentimentale e l’inquietudine metafisica, il sogno amoroso e il fragore della civiltà meccanica. Qui il poeta contempla orti notturni e città elettriche, ascolta il battito remoto dei telefoni e dei fili telegrafici, canta automobili, locomotive, piazze urbane e improvvisi slanci di nostalgia, trasformando il proprio tempo in materia poetica. Oxilia appartiene alla generazione che vide dissolversi il mondo ottocentesco e affacciarsi una modernità vertiginosa; ma a differenza del puro crepuscolare ripiegato nell’elegia dimessa, egli avverte nella nuova epoca anche una forza esaltante, quasi febbrile. Per questo Gli orti è molto più di una raccolta giovanile: è il ritratto di una coscienza inquieta, mobile, appassionata, sospesa fra il desiderio di innocenza e la seduzione del nuovo. Dalle poesie d’amore alle meditazioni sull’uomo e sulla fraternità impossibile, dalle fantasie urbane alle accensioni vitalistiche, emerge una voce riconoscibilissima: ironica e malinconica, lieve e tragica insieme. La morte prematura dell’autore nella Grande Guerra conferisce a queste pagine un’aura ulteriore, ma la loro forza non sta nella biografia: sta nella sorprendente modernità dello sguardo, nella capacità di cogliere il fremito di un secolo nascente prima che esso trovasse pienamente la propria lingua.

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Gli orti