
Nicola Moscardelli (Ofena, 9 ottobre 1894 – Roma, 21 dicembre 1943) è stato un poeta, scrittore ed esoterista italiano. Collaboratore delle riviste La Voce e Lacerba, fu raffinato autore poetico (Abbeveratoio, 1915; Tatuaggi, 1916; Il canto della vita, 1939), ma anche valido prosatore (da ricordare il romanzo Vita vivente, 1939, e l’opera saggistica Anime e corpi, 1939).
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“Il desiderio di immortalità è stato il suo demone quotidiano dal giorno che è nato. Tutto egli ha tentato pur di raggiungere questa meta ch’è la meta agognata di ogni uomo e la felice disperazione di ogni artista: se così non fosse, noi non solo no scriveremmo, ma non vivremmo nemmeno.”
Giovanni Papini
Più che una biografia, questo “Giovanni Papini” di Nicola Moscardelli è un corpo a corpo intellettuale. Pubblicato originariamente nelle celebri Medaglie di Angelo Fortunato Formiggini, il libro si presenta come un ritratto critico di uno degli scrittori più inquieti e controversi del primo Novecento italiano, ma fin dalle prime pagine si rivela qualcosa di più complesso: il confronto serrato tra due coscienze letterarie accomunate dall’inquietudine spirituale e dalla ricerca di un assoluto che la sola letteratura non sembra poter soddisfare. Moscardelli guarda a Papini non con la deferenza del biografo né con il distacco del critico accademico, ma con la partecipazione severa di chi riconosce nell’altro un fratello maggiore e, insieme, un interlocutore da interrogare senza indulgenze. Il giovane iconoclasta del “Crepuscolo dei filosofi”, il narratore visionario del “Tragico quotidiano”, l’autore di “Un uomo finito”, il polemista di “Lacerba”, il convertito della “Storia di Cristo”: tutte le stagioni papiniane vengono passate al vaglio di una lettura intensa, appassionata, talvolta impietosa, sempre animata dalla convinzione che la letteratura debba essere non semplice artificio verbale, ma testimonianza viva di una verità conquistata. Ne nasce un libro sorprendentemente moderno, in cui il ritratto di Papini diventa anche il ritratto morale di una generazione che credette di poter espugnare il regno dello spirito con la medesima violenza con cui si conquistano i regni della terra. Un documento prezioso della cultura italiana tra avanguardia, crisi religiosa e tensione metafisica; ma soprattutto il libro di uno scrittore che prende tremendamente sul serio un altro scrittore.

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Dostoevskij
Più che una monografia critica, “Dostoevskij” di Nicola Moscardelli è un incontro fra due grandi coscienze letterarie. Lontano dalle letture che riducono lo scrittore russo a semplice anatomista del delitto, dell’angoscia o delle profondità patologiche dell’animo, Moscardelli restituisce un Dostoevskij diverso: poeta della vita, interprete delle lotte eterne dello spirito, testimone di una umanità ferita ma mai definitivamente perduta. Già nell’”Avvertenza”, l’autore dichiara la propria intenzione: sottrarre Dostoevskij alla leggenda del “genio demoniaco” per mostrarlo come un uomo della “Grande Strada”, un creatore che attraversa il peccato e la colpa per riconquistare armonia e innocenza. Con una prosa ampia, lirica, intensamente meditativa, Moscardelli legge l’opera dostoevskiana come una drammatica esplorazione del mistero umano, dove il male non è mai fine a sé stesso ma occasione di redenzione, e dove la sofferenza si trasforma in strumento di conoscenza. Il celebre episodio della condanna a morte e della grazia concessa all’ultimo istante diventa il punto originario di tutta l’opera dello scrittore russo: l’esperienza di chi ha guardato in volto la morte e proprio per questo ha imparato ad amare la vita con più ardore. Da “L’idiota” ai “Fratelli Karamazov”, dai grandi colpevoli ai bambini innocenti, Moscardelli segue in Dostoevskij il filo di una ricerca spirituale in cui cristianesimo, pietà e passione conoscitiva si fondono. Questo libro, pubblicato nel 1935, è anche uno dei testi più rappresentativi della stessa poetica di Moscardelli: una critica letteraria che diventa confessione intellettuale, riflessione morale, interrogazione metafisica. Più che un saggio su Dostoevskij, un dialogo vivo con lui. E con le domande ultime dell’uomo.

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