Robert Brasillach

Robert Brasillach (Perpignano, 1909 – Parigi, 1945) fu scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista e traduttore. Formatosi all’École normale supérieure di Parigi, manifestò precocemente una vasta cultura classica e una particolare attenzione per il teatro, il cinema e la letteratura contemporanea. Fu autore di romanzi, saggi, poesie e studi sul cinema, fra i quali la “Histoire du cinéma”, composta con Maurice Bardèche. Tra le sue opere narrative figurano “Le Voleur d’étincelles”, “L’Enfant de la nuit”, “Comme le temps passe” e “Les Sept Couleurs” (1939), nel quale la sperimentazione delle forme narrative si intreccia alla rappresentazione della giovinezza europea tra le due guerre. Politicamente vicino all’estrema destra francese e progressivamente attratto dai fascismi europei, durante l’occupazione tedesca Brasillach sostenne apertamente il collaborazionismo e pubblicò scritti violentemente antisemiti. Dopo la Liberazione fu arrestato, processato e condannato a morte per intelligence avec l’ennemi. Nonostante una richiesta di grazia sottoscritta anche da numerosi intellettuali, fu fucilato il 6 febbraio 1945 nel forte di Montrouge. La controversia politica e morale legata alla sua figura non ha cessato di accompagnare la ricezione della sua opera. I suoi romanzi rimangono testimonianze problematiche ma significative della cultura francese fra le due guerre e delle seduzioni ideologiche che attraversarono una parte dell’intellettualità europea del Novecento.

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I sette colori


Sette forme narrative, sette colori per raccontare una generazione, un amore e un’Europa sull’orlo della storia. Pubblicato nel 1939, “I sette colori” è uno dei romanzi più ambiziosi e formalmente originali di Robert Brasillach. Al centro della vicenda sono Patrice e Catherine, incontratisi giovanissimi nella Parigi degli anni Venti: un amore fatto di complicità, separazioni, ritorni, occasioni perdute e fedeltà alla memoria, sul quale si proietta progressivamente l’ombra della storia europea. Parigi, l’Italia, la Germania, la Spagna diventano le stazioni di una geografia insieme sentimentale e politica. Alla leggerezza della giovinezza succede l’inquietudine degli anni Trenta; alla scoperta del mondo, la seduzione delle grandi passioni collettive. Brasillach racconta così il passaggio dall’esistenza privata alla storia, mostrando come un’epoca possa insinuarsi nelle amicizie, negli amori e perfino nell’immaginazione dei singoli. La struttura del libro ne costituisce uno degli aspetti più singolari. Brasillach sceglie deliberatamente di dissociare le diverse possibilità del genere romanzesco, affidando le successive parti dell’opera a forme differenti: racconto, lettere, diario, riflessione, dialogo e altre modalità espressive diventano altrettanti «colori» attraverso i quali osservare il trascorrere del tempo. È lo stesso autore, nella breve premessa, a rivendicare questa libertà del romanzo e la possibilità di assegnare a ciascuna forma il momento dell’esperienza che meglio può esprimere. Ne nasce un libro sulla giovinezza e sulla sua irripetibilità, sull’amore e sulla memoria, ma anche sulla fascinazione politica e sulle illusioni di una generazione europea avviata verso la catastrofe. Proprio la distanza che separa il 1939 dal nostro presente rende oggi “I sette colori” una lettura particolarmente complessa e significativa: il documento letterario di un mondo che contempla il futuro senza poter ancora conoscere il prezzo delle proprie illusioni.



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I sette colori

Lettera a un soldato della classe Sessanta


Scritto nella prigione di Fresnes tra il novembre e il dicembre del 1944, mentre Robert Brasillach attende un processo che sa poter concludersi con una condanna capitale, “Lettera a un soldato della classe Sessanta” è uno dei testi più intensi e controversi della letteratura politica francese del Novecento. Non un trattato né un’autodifesa giudiziaria, ma una lettera affidata al futuro: destinatario è un bambino di quattro anni che nel 1960, raggiunti i vent’anni, apparterrà alla «classe Sessanta». Dalla cella, Brasillach ripercorre la guerra, la sconfitta francese, l’Occupazione, la collaborazione con la Germania, il fascismo e le illusioni della propria generazione. Non rinnega le sue scelte fondamentali, ma ne registra contraddizioni e fallimenti: condanna rappresaglie, deportazioni e arbitrii polizieschi, riflette sulla libertà perduta e continua al tempo stesso a interrogarsi su ciò che, delle convinzioni politiche degli anni Trenta, possa sopravvivere alla catastrofe. La riconciliazione franco-tedesca, la fedeltà agli amici, il rapporto fra individuo e comunità, la patria, la morte e la responsabilità dello scrittore attraversano pagine nelle quali la meditazione politica si intreccia continuamente con la memoria privata. La forza del libro risiede precisamente in questa tensione irrisolta. Brasillach non scrive da convertito né da osservatore ormai estraneo agli avvenimenti: scrive dall’interno della propria sconfitta, cercando di consegnare a una generazione futura le ragioni, gli errori, le speranze e le ostinate fedeltà della propria. Poco più di un mese dopo aver terminato queste pagine sarebbe stato processato e condannato a morte; il 6 febbraio 1945 venne fucilato. Questa nuova traduzione restituisce per la prima volta in italiano anche il significato letterale del titolo francese, “Lettre à un soldat de la classe soixante”, abbandonando il tradizionale adattamento italiano Lettera ad un soldato della classe ’40. «Classe Sessanta» conserva infatti quella proiezione verso il futuro sulla quale è costruita l’intera opera: la voce di un uomo del 1944 che domanda di essere ascoltata da un lettore del 1960. Un documento storico, una confessione politica e, soprattutto, una lettera consegnata al tempo.