
Albert Ehrenstein (Vienna, 1886 – New York, 1950) fu poeta, narratore e saggista tra le voci più originali dell’espressionismo austro-tedesco. Nato a Ottakring in una famiglia ebraica di origine ungherese, studiò storia e filosofia all’Università di Vienna. Divenne noto nel 1910 quando Karl Kraus pubblicò nella “Fackel” la poesia “Wanderers Lied”; l’anno successivo uscì “Tubutsch”, illustrato dall’amico Oskar Kokoschka. Collaborò alle riviste “Der Sturm” e “Die Aktion” e frequentò alcuni dei maggiori protagonisti dell’avanguardia, conservando tuttavia una posizione fortemente personale, nella quale sarcasmo, visionarietà, inquietudine metafisica e violenta corporeità convivono senza conciliarsi. Convinto avversario della Prima guerra mondiale, fece dell’antimilitarismo uno dei nuclei centrali della propria scrittura. Negli anni successivi viaggiò ampiamente e si dedicò con particolare intensità alla letteratura cinese, pubblicandone numerose riscritture poetiche. Dopo il 1933 le sue opere furono perseguitate dal nazionalsocialismo e Ehrenstein fu costretto all’esilio. Riparato infine negli Stati Uniti, visse gli ultimi anni in condizioni di crescente precarietà e morì a New York nel 1950. La sua poesia rimane una delle espressioni più intransigenti dell’espressionismo: una lingua della frattura, incapace di concedere facili consolazioni davanti alla violenza della storia e alla solitudine dell’uomo.
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Non come un paradiso per sempre perduto ma come una sorgente di forze nuove per nuovi destini
L’uomo grida
Pubblicato nel 1916 e composto in larga parte negli anni 1914-1915, “L’uomo grida” (Der Mensch schreit) è uno dei libri nei quali la poesia espressionista di lingua tedesca raggiunge la sua forma più aspra e radicale. In Albert Ehrenstein la catastrofe della Grande Guerra non rimane un fatto storico: investe il corpo, il desiderio, la fede, il linguaggio e l’idea stessa di umanità. La raccolta concentra motivi già presenti nella sua opera — estraneità, solitudine, eros frustrato, rivolta contro la società borghese — e li porta, sotto la pressione della guerra, a una dimensione apertamente antropologica. Amore e disgusto, invocazione religiosa e bestemmia, pietà e violenza, mito e tecnologia, natura e massacro si scontrano in versi che rifiutano ogni pacificazione. Ehrenstein deforma la sintassi, forza la parola composta, trascina il sublime verso il corporeo e il grottesco, facendo della lingua stessa il luogo della crisi. Il soldato non è l’eroe della retorica patriottica ma un corpo esposto alla distruzione; Dio viene interrogato sulla sofferenza del mondo; la donna è insieme promessa di salvezza e prigionia della carne; la natura continua a fiorire davanti alla tragedia degli uomini. Il titolo contiene l’essenza del libro: non l’uomo che spiega, crede o conquista, ma l’uomo che grida. Un grido insieme individuale e collettivo, confessione e accusa, protesta contro la guerra e interrogazione metafisica. Con una forza verbale ancora oggi urticante, “L’uomo grida” restituisce il momento in cui l’espressionismo trasformò la crisi della civiltà europea in crisi della parola poetica. E nel lungo movimento conclusivo, dopo aver interrogato eros, patria, dèi e morte, la voce dell’io finisce per dissolversi mentre il mondo continua a rinverdire: non una consolazione, ma l’estrema, severa immagine di una vita che sopravvive alle costruzioni dell’uomo.

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