Il sette bello
“Io non sono stato il protagonista di questa storia. Magari! Non ne fui che l’umile spettatore. E forse per questo posso raccontarla serenamente, piú serenamente certo che i lettori non la leggeranno. Perché io so che è vera, e gli altri non lo crederanno mai. Non li condanno, ed anzi li scuso. Io per il primo, se non l’avessi vissuta, non la crederei. Potrò scriverne con pazienza, con meticolosa memoria tutto lo svolgimento, districarne tutte le fila, notare tutte le minuzie, che hanno avuto una sí grande importanza nella inverosimile storia che voglio narrare? Mi proverò.”

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Le scarpette rosse
Milano, primo scorcio degli anni Trenta: in un elegante albergo cittadino avviene un furto audace e insolito — sparisce una valigetta colma di gioielli di grande valore. Quando il principale sospettato fugge a Roma, il caso sembra scomporsi come uno di quei ritratti sfocati che nessun investigatore vorrebbe affrontare. Il commissario Ascanio Bonichi, promosso vice-questore dopo il suo primo successo, è deciso a risolvere il mistero. Alle sue indagini si unisce stavolta Gino Arrighi, investigatore privato dalla mente acuta, il cui ruolo diventa cruciale nella ricomposizione dell’enigma. Tra Milano e Roma, indizi apparentemente disparati — un paio di scarpette rosse, coincidenze bizzarre e un intreccio di relazioni umane — si intrecciano sotto l’occhio attento dei due detective. Con uno stile che fonde ironia elegante e tensione narrativa, Varaldo costruisce un giallo ricco di sorprese, dove l’osservazione psicologica dei personaggi si combina con un’ambientazione vivida e un linguaggio vivace. In questo secondo caso con protagonista Bonichi, il lettore è trascinato in un’indagine brillante che non lesina spunti critici verso istituzioni e convenzioni sociali, in un affresco che riflette la letteratura poliziesca italiana delle origini.

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