Dina Ferri




Poetessa, nata il 29 settembre 1908 ad Anqua, in provincia di Siena, Figlia di poveri contadini, fin da piccina fu mandata per i pascoli a guardare le pecore. Dai nove ai dieci anni frequentò le prime tre classi elementari a Ciciano; poi venne rimessa dai genitori alla cura delle greggi. A quindici anni, dopo che un incidente alla mano destra l’aveva resa inabile ai lavori dei campi e a quelli di cucito, ritorna a frequentare la scuola. Un sussidio le consente di studiare per tre anni a Siena, percorrendo le quattro classi magistrali. Il primo saggio delle sue prose e poesie apparve nella rivista La Diana (III, 1928). P. Misciattelli, dopo la morte della Ferri a soli ventidue anni, raccolse in volume i migliori frammenti del diario lirico da lei intitolato Quaderno del Nulla. In queste pagine luminose rivive l’anima candida della pastorella senese.

HoleniaPoesia

Non come un paradiso per sempre perduto ma come una sorgente di forze nuove per nuovi destini

Quaderno del nulla




“Più che un documento letterario, il Quaderno del nulla, dal quale abbiamo staccate e pubblichiamo adesso le pagine migliori, rappresenta un documento umano di forte serena bontà. Attraverso l’anima di questa donna, che possiede tutte le virtù originarie e tradizionali della nostra razza, del nostro popolo, ogni esperienza dolorosa, avvivata dall’amore, diventa luce di pura poesia. Dina Ferri era senese: la lingua italiana, sangue del suo sangue. Mirabile in lei la grazia fluida e semplice, la proprietà dei vocaboli, la fermezza dello stile. Quando rileggiamo alcune di quelle sue liriche che hanno il colore delle albe o dei tramonti, la trasparenza di cieli azzurri, ci sembra di bere ad una limpida fonte montana. Questa poetessa non alza mai la voce, sdegna i gesti retorici, le frasi enfatiche, la ricerca degli aggettivi preziosi, tutti gli effetti letterari di cattivo gusto: ha la castità e il vigore dei nostri trecentisti. Ella vede, medita, canta; e nel canto sentite il ritmo del suo respiro, la pena del suo sospiro. Non s’indugia nelle descrizioni, nelle rievocazioni; ma sa disegnare un volto umano con acuta penetrazione psicologica, cogliendone i tratti essenziali, in iscorcio; ferma la bellezza del paesaggio con rapide pennellate, dipingendo a tempera come usavano i primitivi, a colori puri e schietti, distesi sopra una tonalità verde, uniforme, di fondo; esalta e chiude una forte commozione lirica in un sol verso, come nella chiusa della poesia Due novembre: «È la madre che chiama suo figlio».

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