
Dino Campana (Marradi, 1885 – Castelpulci, 1932) è una delle voci più originali e incandescenti della poesia italiana del Novecento. Errante e visionario, autore dei Canti Orfici (1914), ha trasformato la parola poetica in una lingua di pura energia, fatta di immagini febbrili, paesaggi interiori e ritmo musicale. La sua vita inquieta, segnata da viaggi, fughe e ricoveri psichiatrici, si riflette in un’opera breve ma folgorante, oggi considerata un classico assoluto della modernità.
HoleniaPoesia
“Ho una lama lucente / Che vince lo splendore dei vostri occhi, / Che fredda vorace vuole spegnere / Il suo splendore nella gola vostra.” (Quaderno)
Quaderno
Prima dei Canti Orfici, prima del libro-leggenda che avrebbe fatto di Dino Campana una delle voci più incandescenti del Novecento, c’è un territorio segreto: il Quaderno. Un taccuino essenziale e prezioso, ritrovato dal fratello Manlio e pubblicato solo nel 1942, che conserva le prime forme della visione campaniana: immagini febbrili, paesaggi mentali, esercizi di ritmo, lampi di sensualità e di buio. È qui che nasce la lingua di Campana. È qui che si accende, ancora grezza e luminosa, la voce destinata a diventare una delle più inconfondibili della poesia italiana. In queste pagine — un vero laboratorio dell’anima — si riconoscono i nuclei profondi dei Canti Orfici: l’erranza, il desiderio, la notte, l’attesa, il corpo e la vertigine. E si intuisce il dramma di un poeta in lotta con la propria interiorità, mentre tenta di dare forma a una visione che brucia più veloce della vita stessa.

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