Fabio Cusin (Trieste, 1904-1955) fu storico, docente universitario e intellettuale antifascista. Formatasi inizialmente nell’ambito degli studi economici, la sua ricerca si rivolse presto alla storia medievale e moderna, con particolare attenzione a Trieste, al Friuli, all’Adriatico e ai rapporti fra mondo italiano e area asburgica. Libero docente dal 1936, insegnò in diverse università italiane e dal 1950 fu professore di storia medievale e moderna all’Università di Urbino. Critico del nazionalismo storiografico e delle interpretazioni celebrative del Risorgimento, durante gli anni della guerra elaborò “Antistoria d’Italia”, pubblicata nel dopoguerra e destinata a diventare la sua opera più nota. Alla riflessione sulla storia nazionale affiancò un costante interesse per la questione triestina, sostenendo nel secondo dopoguerra posizioni autonomistiche e federaliste. Tra le sue opere principali figurano inoltre “Appunti alla storia di Trieste”, “Il confine orientale d’Italia nella politica europea del XIV e XV secolo”, “La liberazione di Trieste” e i due volumi di “L’Italia unita”. Morì prematuramente nel 1955, lasciando incompiuto il proseguimento della sua grande ricostruzione dell’Italia contemporanea.
Antistoria d’Italia
Scritto nel pieno della crisi dello Stato fascista e pubblicato nel dopoguerra, “Antistoria d’Italia” è uno dei tentativi più radicali di sottoporre a revisione la rappresentazione tradizionale della vicenda nazionale. Fabio Cusin non propone una semplice storia «contro» l’Italia, né sostituisce alla celebrazione patriottica un giudizio uniformemente negativo: mette invece in discussione la costruzione storiografica che aveva interpretato il passato della penisola come un cammino necessario verso l’Unità, lo Stato liberale e il compimento risorgimentale. Fin dalla prefazione, la sua polemica investe la storiografia nazionale e il suo carattere provvidenzialistico, contrapponendovi una lettura nata dall’esperienza della dittatura, della guerra e della dissoluzione delle certezze politiche precedenti. Dalle origini medievali alla formazione dello Stato unitario, dalla crisi dell’Italia liberale all’avvento del fascismo, Cusin ricerca continuità profonde nella struttura sociale, nel costume politico e nei comportamenti delle classi dirigenti. Centralizzazione, conformismo, trasformismo, retorica patriottica, clericalismo, burocratizzazione dello Stato e debolezza della coscienza civile diventano gli elementi di una genealogia che impedisce di considerare il fascismo come una parentesi improvvisa e incomprensibile. Lo stesso autore parla significativamente di un «fascismo ante litteram», individuando molto prima del 1922 fenomeni autoritari e degenerazioni della vita liberale destinati, nella sua interpretazione, a preparare il terreno alla dittatura. Polemico con Croce e con la storiografia ufficiale del Risorgimento, ma ugualmente distante dalle spiegazioni rigidamente classiste del fascismo, Cusin dialoga con Mosca, Pareto, Salvemini, Gobetti, Rosselli e con quella tradizione di critica politica che aveva interrogato le insufficienze dello Stato italiano ben prima della catastrofe. La sua prosa conserva l’urgenza di un libro nato dalla crisi e dalla sofferenza, in cui ricerca storica, sociologia politica e giudizio morale si intrecciano continuamente. Molte delle sue generalizzazioni sul «carattere italiano» richiedono oggi una necessaria distanza critica; resta però intatta la forza della domanda che attraversa l’intera opera: fino a che punto il fascismo fu una rottura e fino a che punto rappresentò invece la radicalizzazione di tendenze già presenti nella storia dello Stato e della società italiana? È questa domanda, più ancora delle singole risposte offerte da Cusin, a rendere “Antistoria d’Italia” una lettura ancora capace di inquietare le interpretazioni consolatorie del passato nazionale.

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