Gino Bonichi

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Gino Bonichi, detto Scipione (Macerata, 1904 – Arco, 1933), è stato uno dei protagonisti più originali della Scuola romana del primo Novecento. Pittore, disegnatore e autore di brevi testi poetici e diaristici, Scipione ha saputo coniugare una sensibilità profondamente esistenziale con un linguaggio visivo intensamente simbolico. Le sue opere, caratterizzate da cromie dense, segni incisivi e figure sospese tra realtà e visione, esplorano le tensioni dell’animo umano e i conflitti tra sacro e profano, tra vita e morte. Nonostante la sua breve carriera, la forza espressiva della sua pittura e la coerenza poetica del suo sguardo gli hanno assicurato un posto duraturo nella storia dell’arte italiana del Novecento.

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Non come un paradiso per sempre perduto ma come una sorgente di forze nuove per nuovi destini

Le civette gridano




Tra l’autunno del 1929 e quello del 1930, Scipione attraversa una fase creativa febbrile e ininterrotta. Dipinge e disegna senza tregua, spinto da un’urgenza che non è semplicemente espressiva, ma rivelativa. Come ha osservato Giuseppe Marchiori, in quel breve periodo Bonichi consuma non solo la propria esperienza artistica, ma la propria vita stessa, generando le opere destinate a definirne il mito. È lo stesso tempo in cui nascono le poesie: testi scabri e luminosi, sospesi tra epifania e abisso, attraversati da immagini che hanno la nettezza della visione profetica. In essi si avverte la consapevolezza di un sapere estremo, di una conoscenza che passa attraverso la carne per oltrepassarla. Il lessico poetico di Scipione è essenziale e assoluto. Angeli che gridano per la salvezza dell’uomo, corpi che si piegano fino a farsi bestiali, boschi che si illuminano al passaggio di chi non è atteso da nessuno: sono immagini che non costruiscono un simbolismo elaborato, ma si offrono come rivelazioni immediate, come frammenti di una verità che non ammette mediazioni. In un Novecento spesso segnato dalla frattura, dall’ironia o dalla dispersione, la poesia di Scipione si distingue per una semplicità che ha qualcosa di salvifico, come se la parola fosse tornata a coincidere con l’annuncio.

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Le civette gridano