Giovanni Boine


Giovanni Boine (1887–1917) fu tra le voci più intense, originali e inquietamente moderne della cultura italiana del primo Novecento. Nato a Finale Marina e morto giovanissimo a Porto Maurizio, legò il proprio nome all’esperienza della “Voce”, pur mantenendo sempre una fisionomia autonoma, segnata da un moralismo severo, da una forte tensione speculativa e da un costante rovello religioso. Scrittore, saggista e critico, Boine occupa una posizione singolare nel panorama vociano: lontano tanto dalle semplificazioni ideologiche quanto dall’estetismo letterario, elaborò una prosa di alta densità concettuale, animata da un continuo confronto con il cristianesimo, con l’idealismo, con la modernità e con la crisi della coscienza europea.

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Non come un paradiso per sempre perduto ma come una sorgente di forze nuove per nuovi destini

La ferita non chiusa



Ne “La ferita non chiusa” Giovanni Boine consegna al lettore una delle testimonianze più alte e tormentate del pensiero religioso e morale del primo Novecento italiano. Al centro del volume sta un dissidio che non conosce pacificazione: quello tra fede e ragione, tra esigenza del concetto e urgenza del vivere, tra la forza della tradizione religiosa e la moderna coscienza critica. Boine non cerca mai una conciliazione facile; al contrario, fa della frattura il luogo stesso della verità. La “ferita” cui allude il titolo non è accidente occasionale, ma condizione costitutiva dello spirito: una lacerazione che accompagna l’uomo nel suo sforzo di comprendere, credere, giudicare e vivere. Da qui nasce una prosa speculativa e insieme ardente, capace di muoversi con eguale intensità tra filosofia, polemica religiosa, critica della cultura e confessione interiore. Nelle pagine del volume, Boine respinge con decisione ogni riduzione estetizzante del fatto religioso, rivendicando invece la sua durezza, la sua serietà, la sua natura di esperienza totale e non decorativa. La religione, per lui, non è ornamento dell’anima né repertorio di immagini consolatrici, ma realtà che investe l’uomo nella sua interezza e lo costringe a misurarsi con l’incompiuto, con l’angoscia, con l’assoluto. Ne risulta un libro di straordinaria tensione, in cui il travaglio modernista, la crisi dell’eredità cattolica e il bisogno di una verità non ridotta a formula si condensano in una scrittura aspra, vibrante, personalissima. “La ferita non chiusa” non è soltanto un documento intellettuale del suo tempo: è un’opera che continua a interrogare il lettore contemporaneo, perché individua con lucidità quasi profetica il carattere irrisolto e drammatico della coscienza moderna.

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La ferita non chiusa