Luca Quattrini


Luca Quattrini nasce a Pavullo nel Frignano (Mo) nel 1974. Laureato in Storia contemporanea e in Storia, culture e civiltà orientali (Università degli studi di Bologna), si avvale anche di un Master in Geopolitica (Roma, Sioi-Limes). Ha pubblicato sei opere di poesia: “Cortometrico”; “Diasporo”; “Q. Poema Imago-Vorticista”; “Vandor”; “Paràclito”; “Dagherrotipia”. Per HoleniaPoesia ha curato le traduzioni di Yvan Goll e Antonin Artaud e l’antologia “Poeti Imagisti”. Tre le opere di saggistica: “Mussolini e le leggi razziali”; “Shinto”; “Antisemitismo e identità europea”.

HoleniaPoesia

Non come un paradiso per sempre perduto ma come una sorgente di forze nuove per nuovi destini

Diasporo



La poesia di “Diasporo” nasce da un’espansione tentacolare, procede per una dinamica a scatti, di episodi disgiunti, diacronici, sul fondo di una società narcotizzata e di un presente cieco. La scelta di evadere da una pronuncia solo privata declina una liricità scissa e ricomposta, tra tensione individuale – un soggetto mutilo ma investito di una missione quasi sacrale – e motivo storico civile. Nel testo si snoda l’eco di una spiritualità mai rimossa, la dolorosa riflessione sul Novecento e uno sguardo non rassegnato all’ineffabilità dell’oggi, dove il trauma per i valori tramontati o drammaticamente in torsione emette duro il richiamo a un’inalienabile radice umana. E se per eccesso di trame viene meno la possibilità stessa di connessione, nel frammento si riconosce traccia residuale di totalità.

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Diasporo

Vándor


“Con Vándor — “una prosetta in versi oscuri” — LucaQuattrini costruisce un poema narrativo di erranza e di metamorfosi, dove il viaggio diventa la figura stessa dell’esistenza. Il vándor, il viandante, è l’archetipo dell’uomo in cammino: eco di Odisseo e di Faust, di Hölderlin e di Rilke, ma anche del pellegrino moderno che attraversa un mondo senza centro. Attraverso questa voce errante, il poeta indaga la condizione spirituale del nostro tempo: la perdita del sacro, la frammentazione dell’identità, la ricerca di una direzione nel linguaggio. Il sottotitolo — prosetta in versi oscuri — definisce un genere ibrido, sospeso tra poesia e racconto, tra visione e narrazione. La parola non descrive: procede, avanza, trasfigura.
L’oscurità non è ermetismo, ma profondità; è la luce che filtra attraverso la materia, come in Hölderlin o in Celan. Il ritmo narrativo unifica la pluralità delle immagini, facendo del libro un viaggio unitario dell’anima: un Bildungsroman poetico che attraversa il corpo, la natura, la memoria e la morte. La lingua di Quattrini è densa, mobile, simbolica: un tessuto di suoni e visioni dove convivono la prosa del racconto e la verticalità del canto. Il viandante, figura universale della condizione umana, diventa così il poeta stesso — colui che non possiede una patria, ma continua a cercarla nella parola. Nel suo itinerario di ombre e rivelazioni, Vándor offre una delle più compiute meditazioni poetiche sul viaggio contemporaneo: il cammino come conoscenza, l’erranza come forma di salvezza.”


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Vándor

Cortometrico



In Cortometrico, Luca Quattrini elabora una poetica della misura e del frammento: il “corto” come intensità e il “metrico” come ordine vitale. Il titolo stesso indica una tensione tra istante e struttura, tra l’energia della vita e la disciplina della forma. Come per Simmel e Valéry, la forma non è limite ma resistenza del pensiero: la poesia, in questo libro, diventa il luogo in cui l’essere trova ritmo, proporzione, necessità. Il tempo breve di Cortometrico non è fuga ma concentrazione.
Ogni testo è un microcosmo, un cortometraggio dell’anima in cui il mondo si riflette nell’arco di pochi versi. Come in Eraclito, Pound, Campana, e Ungaretti, il frammento diventa totalità: la brevità non riduce, intensifica. La parola poetica, precisa e densa, misura la realtà mentre la trasforma. La lingua di Quattrini è corpo sonoro e pensante: un laboratorio di metrica e di respiro, dove il ritmo non adorna ma fonda. Nel gesto poetico si riconosce una spiritualità laica, una fede nel linguaggio come unico luogo ancora abitabile. Ogni componimento è un istante di visione, un atto di equilibrio tra caos e forma, un respiro che tenta di restituire misura al mondo. In un tempo che idolatra la velocità e dimentica la profondità, Cortometrico riafferma la verità antica del verso: che solo la parola capace di fermarsi può ancora vedere. La poesia, come il Paràclito delle opere successive, rimane qui atto di intercessione — tra il silenzio e la forma, tra la vita che fugge e la misura che salva.


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Cortometrico

Paràclito



“Paràclito” è un libro che non si legge: si attraversa. I suoi versi, franti come vertebre e luminosi come ferite, costruiscono una geografia della vulnerabilità dove il sacro non consola e la storia non si lascia addomesticare. In queste pagine la parola non cerca coerenza, ma tensione: vibra tra la carne e l’icona, tra il trauma e l’epifania, tra l’esattezza del nome e l’impossibilità di pronunciarlo. La silloge abita l’interstizio — quel luogo in cui la lingua si spezza per forza di verità, e ogni immagine respira come un frammento di rivelazione negata. Il paràclito che dà titolo al libro non è qui lo Spirito che sostiene, ma la distanza che incide; non il conforto, ma la presenza che brucia. Così la poesia torna a essere un principio che aleggia, un gesto che disfa e ricompone, un taglio attraverso cui il mondo affiora nella sua essenza più nuda. Dalle invocazioni liturgiche scomposte ai residui della storia, dai corpi segnati alla semantica dei chiodi, dei venti, delle ombre masticate, “Paràclito” è un viaggio attraverso una lingua che rifiuta la resa. È una liturgia terrestre, un atto di veglia, un libro che mantiene aperta la ferita perché in essa soltanto — nella sua luce obliqua — la poesia può accadere.


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Paràclito

Poeti Imagisti



Con l’antologia Poeti Imagisti, Luca Quattrini restituisce la fisionomia autentica di un movimento decisivo per la poesia del Novecento: l’Imagismo. Nato tra Londra e Parigi nei primi anni Dieci, per iniziativa di Ezra Pound, H.D. e Richard Aldington, l’Imagismo inaugura la stagione modernista con una rivoluzione silenziosa: sostituire l’enfasi romantica con la precisione, la retorica con la chiarezza, la musicalità astratta con l’immagine concreta. La poesia diventa “trattamento diretto della cosa”, secondo il principio di Pound: ogni parola deve contenere la massima densità di senso. Il volume riunisce tre figure chiave del movimento — John Gould Fletcher, D. H. Lawrence e Amy Lowell — ciascuna portatrice di una diversa declinazione della poetica imagista. In Fletcher domina l’armonia visiva e musicale: la parola si fa colore e suono, eco della sinestesia simbolista ma tradotta in misura concreta. Lawrence, invece, trasforma l’immagine in esperienza fisica e vitale: la poesia diventa corpo e respiro, “energia tellurica” che unisce eros e conoscenza. Infine Amy Lowell, con la sua sensibilità femminile e americana, amplia il movimento in direzione di una libertà formale e spirituale che rinnova l’idea stessa di poesia moderna. Attraverso questi autori si delinea l’ampiezza dell’Imagismo: non solo una scuola estetica, ma una nuova coscienza del linguaggio. La precisione formale, l’essenzialità, il verso libero, la concentrazione dell’immagine diventeranno tratti distintivi del modernismo, da Eliot a Williams, da Stevens a Montale. In questa prospettiva, l’antologia di Quattrini non è solo un omaggio filologico, ma una riflessione sulla permanenza di un’idea: che nella limpidezza dell’immagine si celi il mistero stesso della conoscenza poetica.


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Poeti Imagisti

Dagherrotipia



Dagherrotipia è un libro di visioni e di ferite, un laboratorio ottico e linguistico in cui la parola poetica si misura con la luce, il corpo e la memoria. Come il dagherrotipo, la poesia di Luca Quattrini nasce da un gesto di bruciatura: la lingua incide il reale, lo fissa, lo consuma. In un tempo in cui l’immagine ha divorato il pensiero, Dagherrotipia restituisce alla parola il potere di vedere — ma di un vedere interiore, doloroso, capace di penetrare l’opacità del mondo. L’opera si colloca nel solco di una genealogia inquieta che attraversa Nietzsche, Artaud, Bataille, Pasolini, Celan e Benjamin, e ne rinnova la tensione tra sacro e osceno, visione e carne, conoscenza e desiderio. Il corpo erotico, nel testo, diventa la matrice stessa del linguaggio: la poesia come atto carnale, linguistico e conoscitivo insieme, dove il senso si genera attraverso la violazione. La lingua di Quattrini è ibrida, contaminata, polifonica: un impasto di lirismo, gergo, filosofia, pornografia e sacralità. In essa convivono la lastra del dagherrotipo e il codice digitale, la ferita e l’algoritmo, la preghiera e la bestemmia. Come in un esperimento alchemico, la luce si trasforma in parola, il desiderio in pensiero, l’immagine in ferita. Dagherrotipia è un libro sull’impossibilità di vedere e sull’urgenza di continuare a guardare.
Un atto poetico radicale, in cui la lingua non illustra, ma si consuma — come una lastra incisa dal fuoco dell’essere.



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Dagherrotipia