Luca Quattrini nasce a Pavullo nel Frignano (MO) nel 1974. Laureato in Storia contemporanea e in Storia, culture e civiltà orientali (Università degli studi di Bologna), si avvale anche di un Master in Geopolitica (Roma, Sioi-Limes). Ha pubblicato sei opere di poesia: “Cortometrico”; “Diasporo”; “Q. Poema Imago-Vorticista”; “Vandor”; “Paràclito”; “Dagherrotipia”. Per HoleniaPoesia ha curato le traduzioni di Yvan Goll e Antonin Artaud e l’antologia “Poeti Imagisti”. Tra le opere di saggistica: “Mussolini e le leggi razziali”; “Shinto”; “Antisemitismo e identità europea”; “Breve storia dell’Urss”; “Hitler pittore”.
Mussolini e le leggi razziali
L’incrocio culturale e ideologico dell’antisemitismo da parte del fascismo fu tutt’altro che casuale, bensì dettato dalla necessità di accelerare i tempi della politica totalitaria, essendo un universo ideologico intrinsecamente votato al totalitarismo. Come spesso in Mussolini, acquistava efficacia in lui, in determinate circostanze storiche, un elemento che fin allora era rimasto mescolato ad altri e quindi relativamente poco rilevante. Certe sue posture antiebraiche giovanili, erano rimaste politicamente inattive per lungo tempo. Alla ricerca di un’interpretazione plausibile, nonché di una chiave per uscire dalle laceranti contraddizioni del suo movimento, il duce vedeva nel fenomeno del declino demografico dell’Italia la conseguenza dell’edonismo dell’ambiente borghese. Al suo edificio ideologico mancava una pietra perché la spiegazione apparisse perfetta ai suoi occhi e potesse di conseguenza esser utilizzata nella prassi della politica di massa: questa pietra era quella della giudaizzazione delle società occidentali, quelle stesse la cui cultura serviva da modello alle vecchie classi dirigenti dell’Italia liberale, che nutrivano il loro individualismo, il loro intellettualismo e il loro cosmopolitismo. Rielaborato alla maniera di Mussolini, l’antisemitismo divenne quindi un elemento centrale nella costruzione dell’edificio totalitario.

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Shintō
Nell’affrontare il difficile compito di definire in poche pagine il fenomeno Shintō, ci riproponiamo di darne una lettura che non sia solo storicamente e culturalmente fondata nel proprio contesto, quindi renderla formalmente pertinente nella sua definizione di religione autoctona dell’arcipelago giapponese, ma ci si propone il non meno arduo intento di rimandarne la comprensione ad ambiti e livelli altri, più fruibili direttamente in termini di universalità ed intelligibilità unitaria, trascenderne cioè il particolarismo etnico e l’alterità culturale per restituirlo, tuttavia, non meno vero e comprensibile. Avvicinarci allo Shintō, come originale e ben definita forma storica di spiritualità, trattandolo come aspetto di una più profonda ed unificante Tradizione. “Il Principio non dividendosi ed essendo per essenza Assoluto, l’Uno senza inizio e senza secondo, la Tradizione a sua volta è unica e non può che fare alla fine, in ogni latitudine e continente, e nonostante le divergenze circostanziali dipendenti dai comportamenti umani, lo stesso discorso e insegnare la medesima dottrina”.

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Antisemitismo e identià europea
Che cos’è l’antisemitismo europeo, se non una lunga, dolorosa autocoscienza mancata? Questo libro sostiene una tesi radicale: l’odio dell’Occidente per gli ebrei non è un incidente storico, né un pregiudizio contingente. È una ferita originaria. Da un lato il paganesimo, che rimprovera a Israele la distruzione del cosmo immanente; dall’altro il cristianesimo, che non ha mai perdonato al giudaismo la sua primogenitura. Su questo doppio risentimento — cosmico e teologico — si forma l’identità europea. Attraverso filosofi, teologi, letterati e pensatori della crisi — da Paolo a Lutero, da Pascal a Spinoza, da Nietzsche a Heidegger, da Dostoevskij a Proust, da Simmel a Schmitt — l’ebreo emerge non come nemico, ma come specchio. Ciò che l’Europa non riesce a sopportare non è l’Altro: è ciò che l’Altro rivela dell’Europa stessa. Dal supersessionismo cristiano alla secolarizzazione illuminista, fino al nazionalismo moderno e alle nuove forme di antisemitismo “antisionista”, il libro mostra come l’Occidente abbia continuamente delegato all’ebreo la parte rimossa della propria identità: la Legge, la colpa, la coscienza, la memoria. Ne nasce un racconto vasto e impietoso, ma necessario. Un viaggio attraverso duemila anni di pensiero europeo, per comprendere come gli ebrei siano diventati la linea di frattura attraverso cui il continente ha interrogato — e tradito — sé stesso. Un saggio che unisce erudizione e coraggio critico. E che pone una domanda decisiva: può l’Europa salvarsi senza guardare finalmente in faccia l’ebraismo che l’ha generata?

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Breve storia dell’URSS
L’Unione Sovietica non fu soltanto una potenza mondiale, né un semplice “esperimento politico” del Novecento: fu un progetto totalizzante che mirò a rifare l’uomo e la società, trasformando la rivoluzione in un apparato di dominio. “Breve storia dell’URSS” ricostruisce questa vicenda in modo rigoroso e critico, dalle radici teoriche del marxismo ottocentesco alla dissoluzione del 1991, passando per Lenin, Stalin e l’intera parabola del sistema sovietico. Luca Quattrini analizza il leninismo non come un momento “puro” poi tradito, ma come la matrice profonda del totalitarismo: il partito monolitico, la repressione preventiva, la costruzione del nemico, la polizia politica, la violenza come necessità storica. La nascita dello stalinismo appare così non come una deviazione, ma come la radicalizzazione di un modello già scolpito nell’idea della dittatura rivoluzionaria. Seguono la collettivizzazione forzata, la carestia del 1932–1933, il Gulag, il Grande Terrore, la centralizzazione economica, il controllo della cultura e delle scienze, fino alla guerra, alla ricostruzione postbellica, alla guerra fredda e alla lunga stagnazione brežneviana. Il libro mostra come ogni fase – dalla “destalinizzazione” di Chruščëv alla crisi economica degli anni Settanta, fino alla perestrojka gorbačëviana – abbia rivelato le contraddizioni strutturali di un sistema costruito per mobilitare, sorvegliare e controllare. La promessa emancipatrice si è rovesciata, come ricordano gli studi più recenti, in un regime che fece dell’ingegneria sociale e del controllo ideologico i propri strumenti fondamentali. Con una scrittura limpida e una solida base storiografica, Quattrini restituisce la complessità di un secolo cruciale della storia mondiale, mettendo in luce continuità e rotture, dinamiche interne e quadro internazionale, senza perdere di vista la dimensione umana: milioni di vite trasformate, disciplinate, sacrificate. “Breve storia dell’URSS” è un’opera di sintesi che diventa anche una guida critica per comprendere la natura profonda del totalitarismo e il destino del più ambizioso e tragico esperimento politico del Novecento.

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Alle radici dell’odio
a cura di Luca Quattrini
Il saggio analizza la figura di Padre Raffaele Ballerini (1830–1907) e il suo scritto Della questione giudaica in Europa, pubblicato su La Civiltà Cattolica nel 1890, inquadrandolo nel contesto dell’antigiudaismo cattolico di fine Ottocento e nella crisi della modernità religiosa. Gesuita, moralista e polemista, Ballerini rappresenta la voce di un cattolicesimo che, dopo la perdita del potere temporale e l’avanzare del liberalismo, si sente assediato da un mondo secolarizzato. Nel suo testo, la “questione giudaica” diviene specchio della questione moderna: l’emancipazione degli ebrei, l’affermazione del libero mercato e l’autonomia della ragione appaiono come manifestazioni di un unico processo di disgregazione dell’ordine cristiano. L’antigiudaismo di Ballerini non è razziale, bensì teologico e simbolico.
L’ebreo è visto come figura del mondo che ha rinnegato Cristo, come emblema dell’individualismo e del razionalismo che minacciano la società cattolica. Il suo linguaggio, tuttavia, risente della mentalità del tempo e traduce in chiave morale categorie già vicine all’antisemitismo politico. In questa trasposizione dal piano teologico a quello sociologico si riflette la crisi del pensiero cattolico di fronte alla modernità: la difficoltà di riconoscere la differenza senza temerla. La rivista La Civiltà Cattolica, organo della Compagnia di Gesù e voce dell’ultramontanismo pontificio, divenne negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento il principale laboratorio di questa teologia difensiva.

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Hitler Pittore
Prima di diventare il dittatore che avrebbe segnato tragicamente la storia europea, Adolf Hitler volle essere artista. Cercò l’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna, dipinse acquerelli, disegnò edifici, monumenti e prospettive urbane, coltivò una passione persistente per l’architettura, la musica e la monumentalità. Da questo dato biografico, spesso ridotto ad aneddoto o leggenda, prende avvio “Hitler pittore. Dall’aspirazione artistica all’estetica del potere nazionalsocialista”. Il volume affronta senza indulgenze né semplificazioni il problema del valore effettivo della produzione figurativa hitleriana, esaminando gli acquerelli giunti fino a noi e distinguendo la competenza tecnica dall’originalità artistica. Ma il suo campo d’indagine si allarga progressivamente: ciò che inizialmente appartiene alla biografia privata diventa una chiave per interrogare il rapporto di Hitler con la cultura, la sua concezione dell’arte, l’ostilità verso le avanguardie e la trasformazione del gusto personale in politica di Stato. Il nazionalsocialismo non fu il prodotto della frustrazione di un pittore respinto, e il libro rifiuta esplicitamente questa suggestiva quanto infondata scorciatoia interpretativa. Dalla Vienna della Secessione alla categoria di “Entartete Kunst”, dalla genealogia della «degenerazione» in Max Nordau alla repressione del modernismo, dalle architetture monumentali alle coreografie di massa di Norimberga, emerge un problema storico di ben altra portata: il momento in cui l’estetica cessa di essere soltanto giudizio sull’arte e diventa linguaggio del potere. Il regime pretese di stabilire che cosa fosse bello e che cosa deforme, sano o degenerato, degno di appartenere alla comunità nazionale oppure destinato all’esclusione. Ne risulta un’indagine rigorosa su una delle dimensioni meno ovvie ma più rivelatrici del nazionalsocialismo. Gli acquerelli giovanili, l’arte ufficiale, la persecuzione delle avanguardie, il cinema, l’architettura e la spettacolarizzazione della politica vengono ricondotti a una medesima domanda: quale posto occupò la forma nell’immaginario di Hitler e nel sistema di potere del Terzo Reich? Perché Hitler fu un pittore di modesta levatura, ma l’estetica ebbe nella sua concezione della politica un peso tutt’altro che modesto. Ed è precisamente nello spazio fra queste due constatazioni che si colloca questo libro.

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