Luca Quattrini


Luca Quattrini nasce a Pavullo nel Frignano (Mo) nel 1974. Laureato in Storia contemporanea e in Storia, culture e civiltà orientali (Università degli studi di Bologna), si avvale anche di un Master in Geopolitica (Roma, Sioi-Limes). Ha pubblicato sei opere di poesia: “Cortometrico”; “Diasporo”; “Q. Poema Imago-Vorticista”; “Vandor”; “Paràclito”; “Dagherrotipia”. Per HoleniaPoesia ha curato le traduzioni di Yvan Goll, Drieu la Rochelle, Antonin Artaud, Alfred Wolfenstein e l’antologia “Poeti Imagisti”. Tra le opere di saggistica: “Mussolini e le leggi razziali”; “Shinto”; “Antisemitismo e identità europea” (Premio Castrovillari 2026), “Hitler pittore”, “Il privilegio della sconfitta”.

Antisemitismo e identità europea

Il nodo irrisolto dell’origine


Che cos’è l’antisemitismo europeo, se non una lunga, dolorosa autocoscienza mancata? Questo libro sostiene una tesi radicale: l’odio dell’Occidente per gli ebrei non è un incidente storico, né un pregiudizio contingente. È una ferita originaria. Da un lato il paganesimo, che rimprovera a Israele la distruzione del cosmo immanente; dall’altro il cristianesimo, che non ha mai perdonato al giudaismo la sua primogenitura. Su questo doppio risentimento — cosmico e teologico — si forma l’identità europea. Attraverso filosofi, teologi, letterati e pensatori della crisi — da Paolo a Lutero, da Pascal a Spinoza, da Nietzsche a Heidegger, da Dostoevskij a Proust, da Simmel a Schmitt — l’ebreo emerge non come nemico, ma come specchio. Ciò che l’Europa non riesce a sopportare non è l’Altro: è ciò che l’Altro rivela dell’Europa stessa. Dal supersessionismo cristiano alla secolarizzazione illuminista, fino al nazionalismo moderno e alle nuove forme di antisemitismo “antisionista”, il libro mostra come l’Occidente abbia continuamente delegato all’ebreo la parte rimossa della propria identità: la Legge, la colpa, la coscienza, la memoria. Ne nasce un racconto vasto e impietoso, ma necessario. Un viaggio attraverso duemila anni di pensiero europeo, per comprendere come gli ebrei siano diventati la linea di frattura attraverso cui il continente ha interrogato — e tradito — sé stesso. Un saggio che unisce erudizione e coraggio critico. E che pone una domanda decisiva: può l’Europa salvarsi senza guardare finalmente in faccia l’ebraismo che l’ha generata?

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Antisemitismo e identità europea

Il privilegio della sconfitta

Le ragioni d’Israele, il vittimismo arabo palestinese e il doppio standard della memoria


Perché alcune sconfitte diventano storia e altre restano, generazione dopo generazione, una rivendicazione politica?“Il privilegio della sconfitta” nasce da questa domanda e da uno slogan apparentemente innocuo: Make Israel Palestine Again. Ma quale again? Quale Stato palestinese sovrano sarebbe stato cancellato nel 1948 e dovrebbe oggi essere restaurato? Partendo dal confronto provocatorio fra Breslau e Haifa, Luca Quattrini ricostruisce la lunga sequenza che precede la nascita di Israele: il Mandato britannico, le violenze antiebraiche degli anni Venti e Trenta, la rivolta araba, il rifiuto della partizione proposta dalla Commissione Peel nel 1937, il nuovo rifiuto della soluzione delle Nazioni Unite nel 1947, la guerra del 1948 e la successiva trasformazione della questione dei profughi in una condizione politica ereditaria. Al centro del libro vi è una tesi netta: la mancata nascita di uno Stato arabo-palestinese non può essere raccontata prescindendo dalle decisioni delle leadership che, nei momenti decisivi, rifiutarono una sovranità araba accanto a quella ebraica. Il confronto si allarga agli espulsi tedeschi dell’Europa centro-orientale, alla dissoluzione delle antiche comunità ebraiche del Maghreb e del Mashreq, all’UNRWA, a Giudea e Samaria, alla memoria coloniale europea e al ruolo delle istituzioni internazionali. Ne emerge una domanda ancora più scomoda: perché Israele non viene soltanto giudicato per ciò che fa, ma continuamente chiamato a giustificare ciò che è? Un pamphlet storico volutamente controcorrente, che rimette al centro cronologia, responsabilità e conseguenze della guerra e contesta l’idea che la sconfitta del 1948 possa costituire un credito politico perpetuo. Perché riconoscere la sofferenza non significa cancellare le scelte che l’hanno preceduta; e nessuna pace può diventare definitiva finché la memoria viene utilizzata per mantenere aperta la questione stessa dell’esistenza di Israele.

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