
Nicola Moscardelli (Ofena, 9 ottobre 1894 – Roma, 21 dicembre 1943) è stato un poeta, scrittore ed esoterista italiano. Collaboratore delle riviste La Voce e Lacerba, fu raffinato autore poetico (Abbeveratoio, 1915; Tatuaggi, 1916; Il canto della vita, 1939), ma anche valido prosatore (da ricordare il romanzo Vita vivente, 1939, e l’opera saggistica Anime e corpi, 1939).
HoleniaNovecento
Non come un paradiso per sempre perduto ma come una sorgente di forze nuove per nuovi destini
L’ultima soglia
“Sebastiano Melampo risalì le scale, e si trovò di nuovo nella sua stanza bassa, all’ultimo piano, come in una cabina affittata nel grande transatlantico della città, sempre pronto per partire e sempre fermo. Lì le sue carte, lì i suoi libri, ed all’intorno, forse, visibili ed intoccabili come le ombre, le sue speranze. In un grande specchio, che non serbava nulla di suo, perchè troppe facce vi s’erano posate affrettatamente lambendone appena il pallore, un po’ di lume ancora, come un riflesso in fondo ad un lago, s’attardava. Nell’interno della casa, silenzio. Ma i battiti del suo cuore davano più rumore che tutto il frastuono che saliva a ondate dalla strada impazzita. A volte il fracasso era tanto forte e improvviso che l’impiantito ballava; e allora pareva davvero che la stanza minuscola e fragile partisse con tutta la casa, con tutta la città, per un viaggio sconosciuto, incontro alla notte, forse, che accampava alle porte, carica di altri venti venuti da altri climi.”

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L’aria di Roma
Nelle pagine di “L’aria di Roma” Nicola Moscardelli consegna al lettore molto più di una semplice raccolta di prose: offre un’esperienza, un attraversamento della città che è insieme viaggio reale e itinerario interiore. Pubblicati tra il 1925 e il 1928, questi testi restituiscono una Roma viva e stratificata, sospesa tra la memoria millenaria e il respiro inquieto della modernità, tra la pietra e il sogno, tra la storia e il mistero. La città appare qui come una presenza quasi metafisica, capace di accogliere e insieme respingere, di sedurre e disilludere. Il giovane che giunge a Roma per conquistarla scopre presto che è la città stessa a conquistare lui, dissolvendo ambizioni e illusioni in un tempo più grande, indifferente eppure carico di senso. Ma proprio in questa esperienza di smarrimento si apre uno spazio nuovo: Roma diventa luogo di rivelazione, dove ogni strada, ogni rovina, ogni silenzio custodisce una verità nascosta. Con una prosa limpida e musicale, attraversata da improvvise accensioni visionarie, Moscardelli trasfigura il paesaggio urbano in un universo simbolico, in cui la dimensione quotidiana si intreccia con quella spirituale. Le chiese, le catacombe, le vie antiche e i luoghi della memoria non sono soltanto scenari, ma tappe di un percorso che conduce verso una più profonda conoscenza dell’uomo e del suo destino. “L’aria di Roma” è così un libro unico nel panorama del primo Novecento italiano: un’opera in cui la città eterna si fa specchio dell’anima e la scrittura diventa strumento di ricerca, capace di restituire, con rara intensità, il senso del tempo, della storia e dell’infinito.

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L’altra moneta
“Il dolore è una ferita nel corpo della vita, ed il Poeta deve medicarla, perchè questo è il più alto compito dell’uomo nel quale si rivela la sua parentela con Dio, e colui che asciuga una lagrima accende una stella. Nessuno saprà mai perchè il fanciullo pianga: e proprio in questo mistero è l’origine divina del dolore: consolarlo vuol dire parlare direttamente con Dio. Noi abbiamo bisogno di questa consolazione e della certezza che le nostre lagrime sono contate colà donde provengono. Questa certezza è il più alto, il più umano ed insieme divino ammonimento che si levi da tutti i messaggi, dalle rivelazioni dei Profeti non meno che dagli inni dei Poeti.”

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Controluce
“L’aria che ci circonda, l’atmosfera nella quale siamo sommersi, sono piene di vibrazioni e di voci che noi non percepiamo. Il silenzio non esiste. Soltanto la Morte è silenziosa, o almeno così appare vista da questa parte. Vita e suono sono sinonimi. Tutto ciò che vive ossia si muove produce una vibrazione a cui risponde un suono. Durante giorni e giorni delle nostre settimane e dei nostri mesi al nostro orecchio non giunge nulla di tutto ciò. Ma arriva l’ora in cui noi all’improvviso abbiamo l’impressione che s’è alzato qualche cosa che ci opprimeva, che una parete è caduta, e che siamo in contatto con altri mondi. In quell’istante fuggevole e indimenticabile si ascolta una musica che non s’alza dalla terra e non scende dal cielo, ma sale e scende d’ogni dove. È questa la musica della creazione, la musica della vita che riempie i vasti spazi dell’universo. È un attimo. Ma in quell’attimo noi sentiamo di esserci accostati alla vera sorgente della nostra vita quotidiana, di avere illuminato d’una luce più ricca e più pura la nostra giornata: abbiamo sentito che al di là delle mura che chiudono la nostra breve strada vivono altre strade, altri prati, altri mondi dei quali noi rechiamo entro di noi il ricordo dormente, che a quella musica s’è destato.”
Lo sguardo di un grande poeta sulla realtà del quotidiano, sul tempo, la morte, i sogni. Con il consueto stile, sospeso in elegante equilibrio tra prosa e liricità, un’altra imperdibile opera di Nicola Moscardelli.

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Giovanni Papini
“Il desiderio di immortalità è stato il suo demone quotidiano dal giorno che è nato. Tutto egli ha tentato pur di raggiungere questa meta ch’è la meta agognata di ogni uomo e la felice disperazione di ogni artista: se così non fosse, noi non solo no scriveremmo, ma non vivremmo nemmeno. Ma l’artista sa come nessun altro può sapere, che l’eternità si conquista creando cose eterne, non già scrivendo intorno alle cose eterne. Ogni opera deve essere atto d’amore e di fede; la testimonianza palese d’una scintilla divina celata nel corpo come l’oro nella ganga. Il resto è fumo che può anche inebriare ma acceca. Papini che ha vinto tanta parte del prossimo suo, deve vincere ancora il più forte nemico: sé stesso. Per non tradire sé stesso e il suo destino.”

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