
Nicola Moscardelli (Ofena, 9 ottobre 1894 – Roma, 21 dicembre 1943) è stato un poeta, scrittore ed esoterista italiano. Collaboratore delle riviste La Voce e Lacerba, fu raffinato autore poetico (Abbeveratoio, 1915; Tatuaggi, 1916; Il canto della vita, 1939), ma anche valido prosatore (da ricordare il romanzo Vita vivente, 1939, e l’opera saggistica Anime e corpi, 1939).
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“sole diffuso, frusciare di vento / aliti d’ombra, odori di viole / vano confuso lontano lamento / sordo fiorire d’ignote parole -” (da Tatuaggi)
Abbeveratoio
“Pubblico queste poesie senza sapere nemmen io il perché – molto probabilmente perché le ho scritte. Si dovevano chiamare Perdizione (forse di tempo di soldi di cervello) ma all’ultimo momento m’è saltato in mente di chiamarle Abbeveratoio e con questo nome offro queste perle – magari false – ai porci – magari anche fuor di metafora. Siccome da voi non pretendo nulla – né che compriate né che – ancor meno – leggiate il libro – mi sembra logico che io abbia scritto e pubblicato tutto quello che mi pare e piace. Che se poi a questo Abbeveratoio non tutti si potranno dissetare pienamente – me ne dispiace, ma non posso piangere. Per chi le gustasse poi ho pronto un pugno di perline in forma di ghiande da sgranocchiarsi a solo a solo. Aspettate e vi darò anche quelle. Per ora bevete fin quando potete; il fondaccio lasciatelo a me.”

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La veglia
La Veglia, apparsa nel 1913, appartiene alla prima fase creativa di Moscardelli, nella quale, non avendo ancora pienamente trovato la propria voce, il poeta coglie provvisoriamente, atteggiamenti, temi e ritmi della sua epoca, in un eclettico impasto fatto di crepuscolarismo, futurismo, pascolismo e dannunzianesimo. Pur nella sua immaturità, si scorge al fondo una nota già compiutamente personale, in liriche dove i versi fluiscono secondo un ritmo paratattico, asimmetrico, procedendo con prosastica discorsività verso una poesia dal taglio neo simbolista e neo romantica.

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Tatuaggi
“Tatuaggi” è diviso in tre sezioni, ‘Autunno’, ‘Terra e sangue’, ‘3’. A rappresentare il nucleo più solido del libro è il “diario di guerra”, ovvero la seconda parte scritta sul Carso tra maggio e ottobre del 1915. La dura esperienza del conflitto provocò in Moscardelli una cesura netta ed insanabile, così come capitò a tante voci della sua stessa generazione (basti pensare ad Ungaretti). Dalla dura disillusione, dalle cicatrici sul corpo e nello spirito, cui fa riferimento la metafora del titolo “Tatuaggi”, nasce non solo un uomo nuovo ma un nuovo e più consapevole autore. Le contraddizioni della vita sfumano; le complicazioni intellettualistiche (che gravavano sulle precedenti raccolte) svaniscono; il significato dell’esistenza è colto intuitivamente nel sentimento di appartenenza alla natura e alle sue vicende; la precarietà della vita in trincea, quando non si fa troppo soverchiante, diventa fonte di una forza positiva, quasi d’ebrezza, poiché da essa nasce l’emozione salvifica e fraterna dell’incontro con l’altro.

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Gioielleria notturna
“Ecco Gioielleria notturna; un incalzar di note così brevi, che qualcuna nasce e muore in un singhiozzo, e potrebbe essere scritta su una foglia, di quelle che settembre sciama e sbanda.” Antonio Silveri
Dopo l’iniziale rifiuto di Vallecchi, Gioielleria notturna, l’opera poetica unanimamente riconosciuta come il vertice artistico di Nicola Moscardelli, vide la luce nel 1918 in sole 200 copie, per interessamento dello Studio Editoriale Lombardo. Come notò Carlo De Matteis “data la limitata tiratura”, e lo status del tutto marginale dell’editore, “la circolazione fu assai circoscritta, e paradossalmente, il libro più nuovo e personale del poeta abruzzese fu anche quello meno noto”. Gioielleria notturna, arriva dopo la fondamentale esperienza euristica ed esistenziale della rivista moscardelliana Le Pagine, dove una volta attraversate tutte le inquietudini delle avanguardie primo novecentesche, si fece avanti una rinnovata esigenza di “rappel à l’ordre” che di lì a poco avrebbe dato vita anche all’esperienza de La Ronda e alla rivalutazione della tradizione letteraria italiana.

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La mendica muta
“La mendica muta” è una delle opere poetiche più intense e rappresentative di Nicola Moscardelli. Attraverso una lingua musicale e visionaria, sospesa tra simbolismo, spiritualità cristiana e inquietudine moderna, il poeta costruisce un universo popolato di sere silenziose, città trasfigurate, figure femminili evanescenti, fiumi, lune e giardini che diventano specchi dell’anima. Al centro della raccolta si staglia la figura enigmatica della “mendica muta”, simbolo della poesia stessa: povera e regale, umile e misteriosa, capace di chiedere ascolto senza pronunciare parola. Il dolore, la malinconia, la memoria degli amici scomparsi, l’amore e la contemplazione della bellezza si trasformano in una continua ricerca di assoluto, mentre la realtà quotidiana viene trasfigurata da una luce crepuscolare che rivela il volto nascosto delle cose. Lontano dalle mode letterarie del suo tempo e vicino, per sensibilità, alle esperienze più alte del simbolismo europeo, Moscardelli consegna al lettore un libro nel quale la poesia diventa preghiera, confessione e destino. “La mendica muta” resta così una delle testimonianze più originali della lirica italiana del primo Novecento: un’opera che invita a sostare nel silenzio per ascoltare la voce segreta del cuore e del mondo.

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