Matteotti
“Egli rimane come l’uomo che sapeva dare l’esempio. Era un ingegno politico quadrato, sicuro; ma non si può dire quel che avrebbe potuto fare domani come ministro degli interni o delle finanze: ormai è già nella leggenda.
«Come puoi figurarti qui non si parla di altro e i giornali non fanno in tempo ad arrivare in piazza perchè sono strappati ai rivenditori e letti avidamente. La deplorazione è unanime e il risveglio non più nascosto. Pare che l’incantesimo della paura sia infranto e la gente parla senza titubanze. La perdita però porterà i suoi frutti di libertà e di civiltà che renderanno allo spirito eletto del nostro Grande la pace e la gioia per il sacrificio compiuto. Matteotti era un uomo da affrontare la morte volontariamente se questo gli fosse sembrato il mezzo adatto per ridare al proletariato la libertà perduta».

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Dal bolscevismo al fascismo
“Dopo il Risorgimento l’Italia non ha saputo creare più i grandi miti intorno a cui si organizza nel corso della storia il pensiero di una nazione sintetizzando le manifestazioni più diverse. I miti stessi del Risorgimento erano stati poveri e generici, o meglio, non avendo avuto un sufficiente periodo di maturazione, erano rimasti allo stato di ideologie, non avevano avuto il tempo di cimentarsi con la realtà costringendo gli uomini a sentire il dissidio tra pensiero e azione, a risolverlo chiaramente ossia a formarsi una coscienza realistica. Non nascendo dalle esigenze morali, l’azione politica era per gli Italiani qualcosa di esterno e di dilettantesco; Cavour non diventò popolare per le sue qualità di realizzatore, ma per quella sua astuzia esterna e niente affatto eccezionale che lo faceva protagonista di mistificazioni internazionali. È mancato così persino un linguaggio, nonchè uno stile politico; e va diventando sempre più impossibile farsi intendere. Si sono creati dei miti diseducatori come la purezza di Mazzini e il suo disprezzo per la realtà, il cinismo di Cavour, ecc.”

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